Una tipica attività artigianale
che si sviluppò in Val Cavargna in relazione all’antica
industria del ferro ed al cessare della sua produzione fu quella
dei “magnan”.
La denominazione di “magnan”
raccoglieva in un’unica figura le attività di stagnino,
lattoniere e paiolaio: di solito rappezzavano con chiodi di rame
pentole e paioli che poi stagnavano internamente.
I “magnan” della Val Cavargna
erano meglio noti come “i magnan de Purleza” in quanto Porlezza
era il più grosso centro abitato vicino alla Valle e che serviva
loro da presentazione.
E questo era il loro richiamo per
le strade:
“L’è chi el magnàn
c’el vegn de luntàn
ch’el vegn de Purlèza
ch’el stagna
ch’el pèza
ch’el pèza de ram
ch’el moer de la
famm”
I “magnan” partivano solitamente
in gruppi di due o tre con qualche garzone al seguito e si
portavano dietro un bagaglio costituito dai ferri del mestiere:
incudinella, martello, polso, ciodera, mazzuola, tenaglia,
forbice, mantice, forgia, acido, ovatta, stagno.
Giravano per i paesi della Brianza,
del Bergamasco , del Bresciano e del Lodigiano: dormivano nei
fienili e mangiavano nelle osterie , raramente accettavano cibo
e pernottavano a pagamento.
Tornavano alle loro case nella
Valle mediamente dopo due o tre settimane e, solo se acquisivano
più denaro e potevano prendere una stanza per dormire,
rimanevano assenti per due o tre mesi.
Il loro ritorno era legato alle
festività come Natale, Pasqua, i Morti, Sant’Antonio, alla
fienagione e al taglio della legna.
I “magnan” godevano di molto
rispetto presso i valligiani per la competenza tecnica che
avevano acquisito nel loro lavoro e per i guadagni superiori a
quelli di contadini e muratori erano considerati un buon partito
per le ragazze da marito.
Al di fuori della Valle invece,
rimanevano spesso emarginati e guardati con diffidenza.
Proprio per questa ostilità
riscontrata all’esterno della loro zona di origine e per non
essere scambiati per girovaghi o malviventi, i “magnan” crearono
un loro gergo, incomprensibile agli estranei e parlato
correntemente sia in famiglia che fuori, il “rungin”.
Il “rungin” non aveva riscontri
nei dialetti locali ma divenne molto parlato nei centri di San
Nazzaro, Cavargna e Vegna e oggi ancora qualcuno lo conosce e lo
sa parlare.
Il lavoro del “magnan” si spense
dopo la prima guerra mondiale, quando per far fronte alle
necessità economiche si preferì l’emigrazione verso la Svizzera
o la Francia oppure il contrabbando come fonte di guadagno.